Forum Forum Pollicina Portabilità The mastery of the swipe: Smartphone, transitional objects and interstitial time

1 risposta, 2 discussioni Ultimo post di Foto del profilo di Giovanni Lanzone Giovanni Lanzone 2 anni fa
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  • #3347
    Foto del profilo di Gaspare Polizzi
    Gaspare Polizzi
    Partecipante
    @gasparepolizzi

    In merito al saggio pubblicato al seguente link

    http://firstmonday.org/ojs/index.php/fm/article/view/6950/5630

    Il successo dello smartphone è ormai indiscutibile: a ottobre gli accessi da mobile hanno superato su scala mondiale quelli da desktop, il 51,3% contro il 48,7%. E rapidissimo: sei anni fa, nel 2010, soltanto un decimo degli accessi proveniva da mobile. E non è rilevante il mobile divide italiano, dove prevale ancora il computer con il 64,3% degli accessi a fronte del 30% da mobile. Il trend è lo stesso in tutto il mondo.
    Con ogni evidenza vi sono motivi strettamente tecnologici: praticità, rapidità, estensione delle applicazioni (le app sono espressamente pensate per lo smartphone e sarebbe utile interrogarsi sul rilievo mondiale di whatsapp, con il suo miliardo di utenti attivi ogni mese e gli oltre 30 miliardi di messaggi al giorno). Ma questi aspetti tecnologici sono strettamente funzionali a sollevare o a rafforzare bisogni psicologici e sociologici di massa.
    Come sostiene Sharif Mowlabocus, Senior Lecturer Of Media Studies/DigitalMedia (Univ. of Sussex), in The ‘mastery’ of the swipe: smartphones, transitional objects and interstitial time, pubblicato in “First Monday, peer–reviewed journal on the Internet” (21, 10, 3 October 2016), lo smartphone è un “transitional object”, concetto coniato dallo psicoanalista Donald Woods Winnicott, in relazione allo sviluppo psichico del bambino, rappresentabile con la famosa coperta di Snoopy, ovvero “an object that provides a bridge between the emerging subjectivity of the infant child and the external world”. Lo smartphone produce una traslazione spazio-temporale, mettendo in relazione la soggettività profonda con un mondo virtuale presente e interattivo, a volte in modo maggiore rispetto al mondo reale, che a sua volta può venirne “potenziato”.
    Michel Serres ha usato i termini “quasi oggetto” e joker per definire una proprietà relazionale che non possiede nessuna sostanzialità. Il “quasi oggetto” non è una realtà distinta e contrapposta al soggetto, ma una funzione relazionale che permette di costruire connessioni reali o virtuali tra soggetti immergendoli in una costruzione collettiva e sociale. L’esempio più semplice è quello del pallone usato nel calcio o in altri sport di squadra, che permette di costruire geometrie virtuali tra i soggetti di una squadra in competizione con la squadra avversaria. Vince la squadra che sa costruire le geometrie più efficaci in vista della meta. E tutti guardano o agiscono sul pallone. Se ci focalizziamo sul “quasi oggetto”, la nozione di soggetto si può estendere fino a comprendere il mondo intero o si può dissolvere nella relazione, nel “quasi oggetto”, che comprende insieme soggetto e oggetto.
    Con lo smartphone, “quasi oggetto” moderno e totipotente, assistiamo a una torsione qualitativa della dimensione spazio-temporale, soggettiva e relazionale. Lo spazio-tempo viene continuamente rimodulato.
    Mowlabocus individua tre circostanze nelle quali l’esigenza di usare uno smartphone diventa psicologicamente rilevante: durante l’ascolto passivo di una lezione universitaria, e non solo; mentre si partecipa a un party; durante uno spostamento su autobus, tram, treni. Si tratta di circostanze nelle quali la relativa passività ci conduce a ripiegare, anche fisicamente, sul nostro moderno oggetto transizionale. È urgente sviluppare, come propone Mowlabocus, “a critical account of our daily interactions with these intimate and personal communication devices”. Guardando anche al miliardo di Pollicine, che con il telefono cellulare si possono connettere virtualmente con tutto il mondo, con il GPS posso raggiungere ogni luogo e con web possono informarsi su tutto lo scibile.
    Lo spazio-tempo nel quale è immerso chi compulsa lo smartphone è – secondo Serres – uno spazio topologico che esalta le vicinanze, ma che risulta strutturalmente diverso dallo spazio metrico con le le sue distanze, nel quale abitualmente viviamo. Due diverse esperienze spazio-temporali che indirizzano verso due diverse forme del mondo e diverse funzioni al suo interno. Anche la nuova rappresentazione spazio-temporale prodotta dallo smartphone fa parte di quello “spatial turn”, oggi diffuso nelle scienze ‘dure’, ma anche nelle humanities, e che ha avuto un’eccellente rappresentazione teoretica nei Mille Plateaux (1980) di Gilles Deleuze e Félix Guattari, enciclopedia di uno spazio fibrato multiplo, comprendente insieme teorie, oggetti solidi, tecnologie, esseri viventi, configurazioni storiche, ma non ancora, per ovvi motivi temporali, gli smartphone.
    La nuova “topica della spazialità” produce quello che Mowlabocus chiama “a site of comfort and stability; a sense of continuity and familiarity during times when the world seems unfamiliar, dangerous, or challenging”. Una nicchia di sicurezza in un mondo visto come insicuro e potenzialmente ostile.
    Come scrive, con una sua vena narrativa, Serres nel suo ultimo libro: “Sentite la pronipote di Hermes che urla impugnando il cellulare: «Adesso [maintenant] ho in mano il mondo». Gridandolo, descrive innanzi tutto il tempo presente, il maintenant che la lingua francese, in questo molto avveduta, definisce appunto come ciò che si tiene in mano. Ma la ragazza ha in mano e usa il cellulare, dotato di un computer. Quindi che cosa tiene in mano? Tutti i luoghi del mondo, grazie al gps; con Wikipedia e i diversi motori di ricerca accede in pochi clic a tutte le informazioni possibili; insomma, in meno di cinque passaggi può connettersi con chiunque sulla faccia della Terra, secondo il cosiddetto teorema statistico del mondo piccolo.
    Grazie alla gemma dai milioni di luccichii che tiene in mano, quasi-oggetto in possesso di miliardi di Pollicine, penetra nell’immensa caverna virtuale stracolma di cose e di persone, di echi, di riflessi di diamante, di immagini e di richiami, come il mondo e l’universale. Luoghi, più persone, più informazioni: davvero l’addizione dà per somma il mondo, il mondo in cui queste righe hanno appena captato la luce delle gemme. Pollicina ha tutte le ragioni di esclamare: «Adesso ho in mano il mondo»” (Il mancino zoppo, Bollati Boringhieri 2016, p. 257).
    Serres ne trae motivo per pensare a una nuova utopia politica, a una “pantopia” che realizzi una “democrazia rinnovata”: “Non sentite i richiami incalcolabili generati da supporti materiali che si riflettono gli uni negli altri, imitando le gemme della caverna di Verne, questa miriade caotica di messaggi possibili, come il rumore di fondo che promette segnali a venire, come il frastuono che annuncia la marcia, passo dopo passo, verso un’autentica utopia politica, verso un diritto nuovo, emerso da questa foresta che, al momento, è di non-diritto, verso una democrazia rinnovata? Democrazia che – sorpresa! – all’improvviso assomiglia al modo in cui le cose stesse costituiscono un mondo. Dico proprio «utopia», perché il mondo così formato si manifesta nel virtuale, in uno spazio che molti, ancora, dicono irreale. Avrei potuto dire invece «pantopia», poiché ciascuno imita in questo modo la totalità del mondo. E dico «democrazia», perché gli esseri umani sono abituati a passare il tempo a rendere reale il virtuale.” (Il mancino zoppo, cit., p. 259).
    Sulla visione serresiana di una “pantopia democratica” mi sembrerebbe necessaria, nella nuova era di Donald Trump, una discussione. Ma tornando allo smartphone come “oggetto interazionale”, richiamo in conclusione quanto scrive Mowlabocus sulla intimità riconquistata anche nello spazio pubblico grazie al cellulare, compagno della nostra vita quotidiana ben più presente e potente della televisione o del computer: “the intimacy of this contemporary relationship surpasses that between television and viewer. Often serving as our alarm clock, we wake up and go to bed with our smartphones. They accompany us to the breakfast, lunch, and dinner table. They are an integral part of our everyday lives, used when commuting, when in meetings, or when relaxing at home (often while we interact with other screens). Smartphones are our constant companion and they remind us, constantly, of our place in the world, operating as they do in the “potential space” once afforded television”.
    Indubbiamente questo ruolo sussidiario di compagnia e di intimità, che si estende a chi ci è prossimo nei sentimenti e lontano nello spazio-tempo metrico, è uno dei motivi più potenti per il successo inarrestabile del mobile. In fondo, abbiamo costruito un “quasi oggetto” ad elevata tecnologia che ci permette di quietare le nostre ansie, di smorzare le nostre incertezze, di potenziare la nostra intimità “infantile”, di colmare i vuoti della nostra esperienza quotidiana, allontanando lo spettro dei nostri limiti e dimenticando la prossimità della morte.

    #3348
    Foto del profilo di Giovanni Lanzone
    Giovanni Lanzone
    Partecipante
    @giovannilanzone

    Dopo Trump, la farei più semplice di come dice Polizzi. Capisco tutto questo affascinante ragionamento sugli oggetti transazionali ma penso che semplicemente lo smartphone sia o sia destinato a essere il quadro elettrico o di comando della nostra vita. L’oggetto che ci permette con semplici e rapidi tocchi di passare dal mondo relazionale di face book ai battiti del nostro cuore, dalle mappe alla caldaia.
    A dire il vero non mi interessa neanche tanto che cosa sia lo smartphone, lo considero un fatto della realtà sensibile come la torre di Pisa o la moto Ducati, mi interessa di più quel che fa, mi piacerebbe fare un ragionamento sulle applicazioni e su come cambiano il lavoro e le diverse attività umane: cosa vuol dire pensare agli algoritmi quando diventano non solo i connettori o i traduttori ma quando diventano i trasduttori, quando trasfigurano in modo nuovo le operazioni e si applicano alle cose del mondo sensibile. Quando diventano forme di organizzazione che danno valore, come accadde con la partita doppia e i numeri arabi (o indiani) alcuni secoli fa o come fece la valvola per il governo del vapore. Mi piacerebbe che “Pollicina” ispirasse un sito/piattaforma che metta in fila, commenti e organizzi tutti questi nuovi utilizzi. Ve ne segnalo uno solo a mo’ di esempio. Blips, lo speciale set di mini lenti-obiettivo per smartphone e tablet che consentono di vedere in profondità all’interno del mondo microscopico. Un progetto tutto italiano, un semplice set di lenti macro che permette a tutti di farsi indagatori del microcosmo. Ecco questo è quel che farei e racconterei, facendo di questo terreno complicato dell’uso degli algoritmi e della portabilità dell’informatica un nuovo capitolo della sociologia del lavoro e del divertimento. Ma un altro caso è l’uso di google map sui cellulari che ha messo fuori gioco il mercato dei navigatori. Poi, se saremo capaci, costruirei, a partire dall’analisi concreta della situazione concreta, delle ipotesi di teoria generale o di comportamento per l’azione. Terrei in questo senso fede alla grande lezione marxista che dice: grigia è la teoria e verde (o d’oro, come diceva Goethe, da cui la citazione è presa) è l’albero della vita.

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